MOHSEN VAZIRI

Mohsen Vaziri nasce a Teheran il 27 luglio 1924.

Nel 1943, dopo aver conseguito il diploma all’Istituto agrario, si iscrive alla Facoltà delle Belle Arti di Tehran frequentandola per tre anni. In questo periodo, dichiarerà più tardi l’artista stesso, “imparai la cura del disegno da Heidarian [suo maestro di pittura] e feci il resto da solo; dipingevo ritratti e paesaggi che non andavano oltre i semplici schemi di studio”. Negli anni dell’Accademia risente, nei temi affrontati e nelle modalità espressive, dell’influenza impressionista e postimpressionista, in particolare di Van Gogh.

Nel 1952, alla Iran-America Society di Teheran, si tiene la sua prima mostra personale.

Nel 1955 Vaziri parte per Roma dove, fino al 1958, studia all’Accademia delle Belle Arti. In questi anni, che coincidono con l’affermazione dell’Informale europeo e dell’Action painting americano, Vaziri “studiando e analizzando le nuove correnti dell’arte moderna” arriva “alla conclusione che la pittura non è la ricostruzione della realtà oggettiva, ma l’artista deve creare qualcosa che non è mai esistito prima”.

Nell’aprile del 1956 Vaziri inaugura la sua prima mostra italiana esponendo i suoi dipinti figurativi alla Galleria d’arte Portonovo di Roma. Nello stesso anno espone in Germania, a Düsseldorf e a Monaco.

Nel 1957, un importante anno di svolta nella sua carriera artistica, segue per sei mesi i corsi tenuti all’Accademia da Toti Scialoja, avvicinandosi sempre più all’arte astratta. Vaziri confesserà più tardi che quello fu il periodo in cui imparò “la concezione di pittura astratta e come creare spazi visivi”. Al 1958-1959 risalgono infatti i suoi primi lavori astratti perfettamente inseriti nelle ricerche gestuali e materiche dei movimenti contemporanei.

Tra 1959 e 1960 sviluppa la sua visione dell’arte astratta attraverso sperimentazioni fortemente materiche che daranno vita ad alcune delle sue opere più forti, i quadri di sabbia, ideati quasi per gioco nella primavera del 1959 e sui quali si cimenterà per più di tre anni, fino al 1963. Questi lavori, tele sulle quali sono applicati diversi tipi di rene talvolta al naturale, talaltra impastati al colore, attireranno l’attenzione dei più eminenti esponenti della critica d’arte italiana del periodo, tra i quali su tutti Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli.

Nel 1964 Vaziri, all’apice della sua carriera artistica coincisa con l’acquisto di un suo dipinto da parte del Museo d’Arte Moderna di New York, lascia per un lungo periodo l’Italia tornando in Iran dove insegnerà per molti anni, fino al 1975, presso la Facoltà di Arti Decorative (l’attuale Università dell’Arte) e presso la Facoltà di Belle Arti di Teheran. Negli stessi anni comincia a scrivere testi di metodologia artistica e nel 1981 pubblica Metodo del disegno e Guida alla pittura; i suoi libri sono tutt’ora tra i più studiati dagli studenti d’arte iraniani. Il ritorno in Iran e il forte impegno dell’insegnamento tengono Vaziri lontano dalla pittura per circa tre anni.

Tra 1967 e 1968 comincia a lavorare su una serie di rilievi, ancora ancorati al piano, composti di fogli d’alluminio e di ferro che lo porteranno poco più tardi, dal 1969, alla creazione di vere e proprie opere tridimensionali, sculture lignee. L’ulteriore evoluzione di questi lavori immobili sarà rappresentata, a partire dal 1970, da una serie di sculture articolate concepite unendo con dadi e bulloni i diversi pezzi di legno “per far sì – secondo le parole dello stesso Vaziri - che si aprissero e chiudessero proprio come le giunture del corpo umano”. A loro volta da queste sculture scaturirà, nel corso degli anni Settanta, una serie di dipinti che riprendono e sviluppano le forme decise, sia appuntite e aguzze sia fortemente arrotondate, dei lavori tridimensionali. Su questi lavori scriveranno tra gli altri Alberto Moravia e Pierre Restany.

La sua ricerca, che vive quindi rivolta sia nel campo della pittura che in quello della scultura ed un tema essenziale e costante quale lo spazio, lo ha portato a risultati apprezzati dalla critica (Argan, Bevilacqua, Menna, Pensabene, Maraini) e riconoscimenti dalla Città di Roma (1958) dal Primo Ministro Segni (Concorso Internazionale di Arte, Ravenna, 1959) e la Medaglia d’oro del Senato (Sassoferrato, 1962).

Le sue opere sono state esposte in numerose personali in Italia (Roma, Milano, Firenze), Iran, alla Biennale di Venezia (1958, 1960, 1962, 1964), alla Biennale di Teheran (1960, 1962), alla Quadriennale di Roma (1960), alla Biennale di San Paolo in Brasile, (1962), al Museo d’arte Moderna di New York (1964) al Art Festival di Shiraz in Iran (1969).

Nel 1985 Vaziri, insieme alla moglie ai due figli, si trasferisce definitivamente in Italia. Nel corso degli anni Novanta l’artista lavora sulle forme della calligrafia persiana tentando di sottolinearne l’essenzialità delle linee; continua inoltre a misurarsi su composizioni astratte molto diverse tra loro e caratterizzate tanto da forme fortemente definite e dai colori intensi, quanto da sagome vaghe e dai tenui colori pastello.

Nel 1999 viene pubblicata la sua traduzione de “Il pensiero e l’opera di Paul Klee” di W. Hahtmann.

Nel 2000 riprende i contatti con le Università Iraniane intervenendo in numerose conferenze.

Nel 2003, colpito da una malattia agli occhi che ne ridurrà notevolmente la vista, Vaziri non si perde d’animo ma al contrario si inventa una nuova forma espressiva: nascono così alcuni acrilici dominati da grandi macchie di colore che rispecchiano il suo nuovo modo di vedere la realtà.

Nel maggio del 2004 espone a Teheran presso il Museo d’Arte Contemporanea assieme a Gerhard Richter e in quell’occasione gli viene dato il riconoscimento quale miglior artista iraniano di questo secolo.

Nel 2013 una sua scultura (Forms in Movement) è stata esposta alla Asia Society Museum di New York alla mostra “Iran Modern” assieme al suo quadro di sabbia della collezione del MoMA.

La stessa scultura partecipa, nell’estate del 2014, alla mostra d’arte contemporanea “Artevida corpo” Fundação Casa França-Brasil, a Rio de Janeiro in Brasile.

Negli ultimi mesi Vaziri, ancora in piena attività, continua la sua ricerca con forme e colori.